Di Alessandro Palmisano il 30-6-03
Tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX
alcuni risultati sperimentali misero in dubbio la completezza della
meccanica newtoniana. In particolare, lo studio dello spettro del corpo
nero e dell'effetto fotoelettrico suggeriva che la radiazione
elettromagnetica avesse un duplice comportamento (ondulatorio e
corpuscolare) durante i processi di interazione con la materia.
La formulazione di Planck del concetto di quanto
Il primo passo verso lo sviluppo della nuova teoria fu l'introduzione
del concetto di quanto nell'ambito degli studi sulla radiazione di
corpo nero, ovvero un corpo ideale capace di assorbire tutta la
radiazione incidente. I grafici sperimentali ottenuti dall'analisi
dell'emissione di radiazione elettromagnetica di un corpo incandescente
erano infatti in disaccordo con le previsioni teoriche della fisica
classica.
Planck, dopo aver determinato una relazione matematica con la quale
descrivere correttamente le curve sperimentali, cercò un modello fisico
che potesse giustificarne la forma. Egli ipotizzò che l'interazione tra
radiazione e materia avvenisse per trasferimento di quantità discrete
di energia che chiamò quanti, ciascuno dotato di energia pari a hf,
dove f rappresenta la frequenza e h è ora noto come costante di Planck.
6,7 * 10^-34 Js.
Il contributo di Einstein
Il passo successivo nello sviluppo della meccanica quantistica si deve ad Albert Einstein. Egli ricorse al concetto di quanto
introdotto da Planck per spiegare alcune proprietà dell'effetto
fotoelettrico, il fenomeno per cui una superficie metallica colpita da
radiazione elettromagnetica di opportuna frequenza emette elettroni.
Contrariamente alle previsioni della teoria classica secondo cui
l'energia degli elettroni emessi doveva dipendere dall'intensità della
radiazione, le osservazioni sperimentali mostrarono che l'intensità
della radiazione incidente influiva sul numero di elettroni emessi ma
non sulla loro energia; questa risultò invece dipendere dalla frequenza
della radiazione: all'aumentare della frequenza aumentava l'energia
degli elettroni emessi. Inoltre, in corrispondenza di frequenze
inferiori a un valore critico, non si osservava alcuna emissione di
elettroni. Einstein spiegò questi risultati descrivendo il fenomeno
come un insieme di urti tra i quanti e gli elettroni del metallo:
durante l'urto un quanto cede la su energia ad un elettrone del metallo
provocandone l'estrazione; essendo poi l'energia del quanto
proporzionale alla frequenza della radiazione, ciò avviene anche per
l'energia dell'elettrone emesso.
->
-> 

Il dualismo onda-particella della luce
Il
modello dei fotoni di Einstein non è in contraddizione con la teoria
dell’elettromagnetismo classico. Il numero di fotoni che costituisce un
fascio di luce ordinario si comporta come un’onda, pur avendo proprietà
“granulari” e costituisce un mezzo che appare continuo su scala
macroscopica.
Si dovette quindi ammettere che nella natura della
luce esiste una dualità: l’oggetto fisico “luce” si presenta come onda
o come particella a seconda della condizioni sperimentali. Questo
dualismo è una proprietà intrinseca della luce e non una limitazione
della nostra conoscenza teorica.
Il dualismo onda-particella della materia
Nel
1924 Louis de Broglie, estese alla materia il concetto del dualismo
onda-corpuscolo. Partendo da considerazioni di tipo relativistico, egli
intuì che ad ogni particella materiale con quantità di moto
deve essere associata un’onda di lunghezza d’onda 

Considerato che
è inversamente proporzionale a p ed h vale solo h=6.67*10^-34 Js, agli
oggetti macroscopici corrispondono lunghezze d’onda che sono
praticamente nulle e non generano alcun effetto osservabile. Invece, le
particelle subatomiche hanno
relativamente grandi e ne determinano i comportamenti fisici.
Se un elettrone descrive indisturbato una certa orbita, a esso deve
essere associata un’onda stazionaria, cioè un’onda che permanga
invariata fino a che l’elettrone non cambia stato di moto. Ciò
significa che la lunghezza dell’orbita non può avere un valore
arbitrario, ma deve essere un multiplo della lunghezza d’onda
associata all’elettrone.
Indicando con r il raggio dell’orbita, che deve avere lunghezza n
, è possibile scrivere quantitativamente questa affermazione con l’espressione:

L'ipotesi della dualità onda-particella della
materia, anche se all’inizio accolta con scetticismo dal mondo
scientifico, trovò brillante conferma con l’esperimento di Davisson e
Germer. Essi mostrarono che un fascio di elettroni diffuso da un
cristallo produce una figura di diffrazione simile a quella ottenuta
dalla diffrazione di un'onda.
Il principio di indeterminazione di Heisenberg
Tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta i fisici si
trovavano davanti a risultati del tutto incomprensibili per la fisica
classica: in qualche modo, all’epoca non ancora chiaro, le particelle
materiali si comportano, in determinato circostanze, come onde.
La fisica quantistica riuscì ad inquadrare in una sola teoria coerente tanto l’aspetto ondulatorio quanto quello corpuscolare.
Ciò
che sta alla base della teoria quantistica, è il principio di
indeterminazione, formulato nel 1927 da Heisenberg. Esso afferma che
non tutte le grandezze fisiche osservabili di un sistema possono essere
determinate simultaneamente e con precisione arbitraria.
È quindi
impossibile misurare contemporaneamente e con precisione sia la
posizione sia la quantità di moto di una particella. Inoltre la
determinazione più accurata di una delle due quantità si ripercuote
negativamente sull'altra, rendendone meno precisa la misura. Queste
proprietà sono quantitativamente riassunte dalla seguente espressione

Dove DeltaP e DeltaX sono, rispettivamente l’incertezza sulla quantità di moto e l’incertezza sulla posizione della particella.
A causa di questa incertezza, in meccanica quantistica, il calcolo dei
valori più probabili prende il posto delle determinazioni esatte, e
quindi del determinismo della meccanica classica. Se si vuole associare
un'onda a una particella mantenendo una certa localizzabilità, non è
possibile usare un'unica onda, bensì un treno (o pacchetto) d'onda. Un
treno d'onda può essere espresso come sovrapposizione di infinite onde
di lunghezza d'onda diversa. La necessità di utilizzare non più
un'unica lunghezza d'onda bensì infinite porta, come conseguenza, una
indeterminazione sulla quantità di moto della particella. Secondo De
Broglie, infatti, la lunghezza d'onda e la quantità di moto sono legati
dalla relazione l = h/p. Si può facilmente intuire (e dimostrare
matematicamente) che quanto più vogliamo localizzare il treno d'onda
(in pratica diminuire l'incertezza della posizione della particella),
tanto più è alta l'indeterminazione sulla quantità di moto e viceversa.
L’equazione di Schrödinger
La
concezione ondulatoria della materia portò il fisico austriaco
Schrödinger a formulare l'equazione d'onda per descrivere le proprietà
ondulatorie di una particella e la sua evoluzione a partire da uno
stato iniziale.
L'equazione di Schrödinger, ammette solo un numero discreto di soluzioni, dette autofunzioni;
esse sono espressioni matematiche in cui compaiono i cosiddetti numeri
quantici, cioè dei parametri il cui valore dipende da grandezze
caratteristiche del sistema, come ad esempio l'energia o il momento
angolare.
Risultati della teoria quantistica
La meccanica quantistica ha risolto tutti i problemi della fisica
dell'inizio del XX secolo, ha accresciuto il livello di conoscenza
della struttura della materia e ha fornito una base teorica per la
comprensione della struttura dell'atomo e del fenomeno delle righe
spettrali: ogni riga spettrale corrisponde all'energia di un fotone
emesso o assorbito quando un elettrone compie una transizione da un
livello energetico a un altro. Molti scienziati sono convinti che anche
la teoria quantistica sia destinata a subire profonde modifiche negli
anni a venire. Essi stanno tuttora cercando di elaborare un sistema che
comprenda sia la relatività generale sia la meccanica quantistica.
Le implicazioni filosofiche
Le
implicazioni filosofiche del principio di Heisenberg ispirarono una
forte tendenza al misticismo tra alcuni scienziati, i quali
interpretarono il concetto dell'indeterminazione come un rovesciamento
del tradizionale concetto di causa-effetto. Molti fisici (Einstein in
testa) hanno sempre rifiutato che l'indeterminazione sia una
caratteristica intrinseca della realtà fisica. Questo è il senso della
famosa frase di Einstein, secondo la quale Dio non giocherebbe a dadi
con l’Universo. Di conseguenza hanno preferito ipotizzare che la
descrizione fornita dalla meccanica quantistica fosse semplicemente
incompleta. Il loro ragionamento, in pratica, consiste nell’affermare
che anche a livello microscopico la realtà fisica continua a essere
deterministica, solo che noi non possiamo conoscere con precisione i
valori delle variabili di stato e quindi siamo costretti a una
descrizione indeterministica. Per spiegare questa nostra incapacità
molti fautori del determinismo ipotizzarono l'idea delle cosiddette
"variabili nascoste". A livello microscopico, vi sarebbe cioè qualche
fattore non ancora conosciuto che ci impedirebbe una descrizione
deterministica. Nel momento in cui noi conoscessimo questi fattori
potremmo fornire una descrizione dell’Universo completamente
deterministica.
Determinismo ed Indeterminismo
Secondo il determinismo della fisica classica, la conoscenza delle
leggi e dei dati relativi ad un certo istante consente di prevedere con
assoluta certezza l'evoluzione di un sistema. La fisica classica
ritiene di conoscere le leggi e ammette, almeno in linea di principio,
che sia consentito conoscere i dati. Molti fenomeni (quali il lancio di
un dado) sono di fatto imprevedibili a causa della mancata conoscenza
delle condizioni iniziali. Tuttavia essi diventerebbero perfettamente
prevedibili nel momento in cui si acquisisse tale conoscenza,
concettualmente possibile per la fisica classica. Condizioni iniziali
differenti produrranno differenti evoluzioni del sistema.
Questa rigida concezione deterministica, se estesa all'intero universo,
si presta ad una critica strettamente legata al problema del libero
arbitrio.
Per dedurre una legge fisica, lo sperimentatore deve avere la libertà
di scegliere condizioni iniziali diverse e constatare, di conseguenza,
differenti evoluzioni. Tuttavia, se l'intero Universo è rigidamente
deterministico, lo sperimentatore, in quanto parte dell'universo, non è
affatto libero nelle sue scelte. Le condizioni iniziali che egli
ritiene di scegliere sono in realtà determinate dalla storia precedente
dell'intero universo. La legge fisica che egli ritiene di dedurre
sarebbe pertanto completamente priva di senso.
La fisica quantistica ha sferrato un colpo mortale alla visione
deterministica della fisica classica. La mancata conoscenza esatta dei
dati relativi alle condizioni iniziali (conseguenza del principio di
Heisenberg) che impedisce di prevedere esattamente i valori futuri
assunti dalle diverse grandezze fisiche che caratterizzano lo stato di
un sistema. Questa impossibilità ci obbliga a previsioni esclusivamente
di tipo statistico.
Per una intelligenza che, a un dato istante, potesse conoscere tutte le
forze da cui la natura è animata e la posizione rispettiva degli enti
che la compongono essa, nulla sarebbe incerto e il futuro, come il
passato, sarebbe presente ai suoi occhi.
Il libero arbitrio
Il principio di indeterminazione ha quindi causato una riflessione
circa il libero arbitrio, sulla posizione dell’uomo nell’universo.
Nell’ambito della storia della filosofia, è possibile individuare due
schieramenti a riguardo. Per alcuni filosofi "libero arbitrio"
significa sostanzialmente assenza di costrizioni. In altre parole un
soggetto è libero quando non è indotto a una scelta in contrasto con
quelle che sarebbero le sue preferenze. Per altri invece, per essere
veramente liberi, occorre qualcosa di più. Sarebbe cioè necessaria
anche la capacità di scegliere in contrasto con le proprie preferenze
senza essere vincolati dal proprio carattere, dalle proprie aspirazioni
e dalle circostanze in cui avviene la scelta. Questa seconda posizione
è stata ben espressa da Schopenhauer quando affermò che "l'uomo è
libero di fare ciò che vuole, ma non di volere ciò che vuole".
Schopenhauer
Schopenhauer
è il più grande avversario di Hegel e considera la filosofia idealista
come una concezione fasulla. Egli assume come punto di partenza e di
imitazione Kant e Platone: l’elemento dualistico accomuna Platone
(dualismo tra mondo sensibile e mondo delle idee) e Kant (dualismo tra
i fenomeni e i noumeni), in entrambi gli autori c’è una
contrapposizione tra la realtà.
Schopenhauer analizza la
contrapposizione tra realtà (volontà) e apparenza (rappresentazione)
nella sua più grande opera: “Il mondo come volontà e rappresentazione”.
La rappresentazione è ciò che noi vediamo, non ha alcun fondamento
oggettivo quindi quello che noi riteniamo che sia la realtà è un
semplice inganno.
La rappresentazione è come il velo di Maia: Maia era una divinità
buddista che utilizzava il velo come strumento per far credere reali
delle semplici illusioni. Schopenhauer vuole fuoriuscire dalla
dimensione illusoria strappando il velo di Maia per giungere alla
realtà. Per strapparlo, egli usa l’immagine del castello circondato
dall’acqua con il ponte levatoio sollevato: il viandante può osservare
il castello da tutti i lati ma ne rimarrà sempre fuori. Allo stesso
modo noi possiamo esaminare la realtà da tutti i lati ma ne rimaniamo
sempre fuori. Il cunicolo che ci consente di andare al di là delle
illusioni è il nostro corpo, l’unica realtà che non ci è data solo come
immagine poiché noi viviamo il nostro corpo anche dall’interno. La
corporeità è il modo per andare al di là della rappresentazione e
afferrare l’essenza delle cose. Schopenhauer utilizza il corpo solo
come un mezzo metafisico per arrivare alla realtà. Percorrendo questa
strada si individua una realtà sostanziale: la volontà di vivere, che
ha un valore universale.
La volontà di vivere
è una forza tragica apportatrice di dolore, è il fondamento del reale,
la brama, il desiderio di esistere, è la vera essenza delle cose. Essa
presenta 4 caratteristiche:
è inconscia: non riguarda solo le creature dotate di coscienza ma riguarda tutto il mondo animato e inanimato;
è unica perché si colloca al di là della categoria dello spazio la divisibilità e la molteplicità comportano lo spazio;
è eterna perché è oltre il tempo, c’è sempre stata e sempre sarà;
è incausata e senza scopo: non ha né una causa né un fine, è oltre la causalità (cioè la terza categoria della razionalità).
Da ciò ne deriva che Schopenhauer ha un pensiero irrazionalistico: il
fondamento della realtà è irrazionale, egli nega la presenza di
qualunque realtà nelle cose, di qualsiasi carattere razionale nella
realtà (contrariamente a Hegel, secondo il quale tutto è razionale),
nega qualsiasi efficacia riconosciuta alla ragione. L’irrazionalismo è
applicato alle categorie della razionalità: la razionalità non è in
grado di cogliere la realtà quindi essa non può essere colta con le
categorie della razionalità. Per afferrare la conoscenza bisogna
fuoriuscire dal campo della razionalità.
Dalla concezione di Shopenhauer della volontà di vivere emerge un certo
pessimismo: la volontà di vivere produce sofferenza perché volere
significa desiderare, cioè mancare di qualcosa. Questo senso di
mancanza produce sofferenza quindi la volontà di vivere è portatrice di
sofferenza.
Alcuni desideri possono essere soddisfatti ma il soddisfacimento del
desiderio è momentaneo perché poi si trasforma in noia, quindi si
arriva alla medesima condizione di sofferenza a causa della noia. Ne
consegue che il fondamento dell’esistenza è il dolore.
Per Schopenhauer l’essenza profonda della realtà può essere raggiunta e
svelata. Infatti, poichè l’uomo è dato a se stesso anche come corpo,
non può limitarsi a vedersi dal di fuori, ma ci vive anche dal di
dentro, provando piacere e soffrendo. Partendo da queste affermazioni
Schopenhauer ci vuole far comprendere che noi siamo
non solo conoscenza ed intelletto, ma soprattutto vita e volontà di
vivere, cioè un impulso irresistibile che spinge a esistere e ad agire.
Schopenhauer parla di un duplice modo di avvertire il proprio corpo:
come oggetto fra gli oggetti, oppure dall’interno, come atto motorio,
bisogno, volontà.
Quando l’uomo scopre di essere volontà, si
squarci il “velo di Maya”, che nascondeva il vero essere e si riconosce
come parte di un’unica Volontà, di un cieco ed irresistibile impeto che
pervade tutte le cose. La coscienza di noi stessi come volontà ci porta
a riconoscere che anche tutti gli altri fenomeni, pur così diversi
nelle loro manifestazioni, hanno una sola essenza: la Volontà. La
Volontà agisce come un principio istintivo che muove la totalità
dell’Universo.
La Volontà si definisce per una serie di caratteristiche:
- è unica
- è eterna
- non è soggetta alle leggi di spazio, di tempo e di causalità
- è inconscia: la coscienza e l’intelletto costituiscono soltanto una delle sue possibili manifestazioni
- è una forza cieca, senza uno scopo al di fuori di se stessa: la volontà vuole la volontà.
Bibliografia
Albert Einstein “Come io vedo il mondo”, Newton & Compton
Werner Heisenberg “Fisica e filosofia”, Il Saggiatore
M. Ageno, “Introduzione alla biofisica”
Richard Feynman “Sei pezzi facili”, Adelphi
Ugo Amaldi “Le idee della fisica 3”, Zanichelli